scritto da Dr Dominique Hort il 20/11/10

“Avere fede è non avere paura anche quando ci sentiamo vulnerabili”, questa la frase che Dio mi mise davanti agli occhi, leggendo il giornale di bordo dell’aereo, che mi avrebbe portato a Calcutta. Ne avevo sicuramente bisogno, visto che mi stavo per buttare in una realtà totalmente nuova: essere in servizio per la comunità di Madre Teresa in questa città che non lascia nessuno indifferente.

L’idea del viaggio nacque nel 1999, quando tre colleghi chiropratici andarono in India dove ebbero l’opportunità di aiutare le suore e i bimbi delle Missionarie della Carità. Uno di essi mi mostrò le foto di quell’esperienza e fin dal primo istante compresi che alla prossima occasione avrei partecipato anch’io.

Decisi dunque di partire, con il timore di non essere preparato a ciò che sta vo per affrontare, ed emozionato, al contempo, all’idea di poter offrire il mio contributo personale alla sofferenza dei poveri di Calcutta.

Dopodiché è successo qualcosa di profondo ed importante in me: appena atterrato mi sono sentito a casa, come se in questo posto avessi già vissuto tante vite, come se niente mi potesse sorprendere o lasciarmi impreparato. Difficile spiegare come e perché, ma ero completamente a mio agio. Le due settimane successive avrebbero messo a dura prova questa sensazione, che però è rimasta nel mio cuore.

Raccontare quello che è successo da quel momento è come rivivere con gioia un viaggio di profondo significato e cambiamento per la mia vita.

Abbiamo scelto il nome ‘Mission of light’ (missione di luce) con l’intento di servire ed educare, sul significato, gli obbiettivi e la filosofia del lavoro che avremmo svolto come chiropratici, la comunità di Madre Teresa, gli abitanti del ghetto di Hastings, i bimbi dell’organizzazione ‘Cry’ (Child Relieve and You) e, in generale, tutti coloro che avremmo avuto l’onore di incontrare. Un obiettivo non evidente, perché la nostra rimane una professione abbastanza sconosciuta anche qui da noi. Tanti i progetti che potrebbero nascere da quest’esperienza; nel cassetto c’è addirittura il sogno di una scuola che insegni l’arte della Chiropratica in questa città così bisognosa di aiuto. Sicuramente ci saranno altre visite da parte nostra: la prossima è già programmata per febbraio 2002.

Il lavoro da fare è enorme e questo ci è stato chiaro fin dal primo momento in cui entrammo nel centro principale delle suore di Madre Teresa. Tutto attorno a noi (otto chiropratici) era un pullulare di attività e allo stesso tempo di profonda contemplazione. Davanti a me un riquadro con una frase, che riassume il tono del messaggio di Madre Teresa e che avremmo fatto nostro per sempre:

Il frutto del silenzio è la preghiera; il frutto della preghiera, la fede; il frutto della fede, l’amore; il frutto dell’amore, il servizio; il frutto del servizio, la pace.

Da quel momento, come in un vortice, cominciava la nostra Missione. Alzatici prestissimo, grazie alla messa delle sei con le suore e le novizie entravamo nell’energia che ci avrebbe sostenuto per gli sforzi fisici ed emotivi della giornata. Osservare gli sforzi profusi da queste gracili ragazze ci dimostrava che la forza venisse data loro solo dal credo in Dio e dalla preghiera. Una delle tante lezioni di vita che avrebbero illuminato quest’avventura. Molto rispetto ha richiesto la cura di queste anime al servizio dei poveri, proprio per la loro natura pura e riservata ad una vita di introspezione. Poter aiutare le loro sofferenze, espresse da colonne vertebrali piene di tensioni, è stata un’esperienza che ha portato molta umiltà nei nostri cuori.

Così come lo è l’abbraccio degli orfanelli, che una volta presi in braccio per essere curati non vogliono più lasciarti andare. La gioia nel servire queste piccole anime e allo stesso tempo l’empatia verso la loro situazione di totale abbandono da parte di famiglie che mai conosceranno, ha avuto un tale impatto da ‘guarire’ noi che eravamo lì per portare guarigione. Mentre l’entusiasmo dei bimbi più grandicelli, che sembrano già sentire il calore di nuovi genitori pronti per l’adozione, ci prendeva alla sprovvista, creando le sedute più movimentate di chiropratica della mia vita.

Le ore passavano velocemente e decine di bimbi si alternavano tra le nostre mani, fiduciosi del nostro operato e delle nostre intenzioni.

Momenti difficili non sono mancati, specialmente quando ci siamo confrontati con i bambini mentalmente ritardati o con malattie genetiche incurabili. Le nostre emozioni sono state costantemente messe a dura prova, ma forte era la convinzione che, con una colonna vertebrale in ordine e un sistema nervoso migliore, il loro sistema corpomente potesse meglio esprimere il proprio potenziale, con maggiori capacità di vivere la loro sfortunata quotidianità. Ma i risultati furono subito evidenti: bambini più calmi, meno dolori, più pace e serenità, diventavano il nostro biglietto da visita e le porte si aprivano con meno scetticismo verso questi dottori che stimolavano la guarigione solo con le loro mani.

Decine di momenti magici hanno caratterizzato le nostre giornate, anche in situazioni dove era chiaro che il nostro aiuto fosse veramente limitato, come nella ‘Casa del morente’, dove dalla strada vengono raccolti i più mal ridotti a pochi giorni dalla loro morte, per offrire loro un po’ di dignità. Uno dei luoghi preferiti da Madre Teresa per la profonda sofferenza che vi regna; un luogo dove non si può sfuggire una sensazione di impotenza, ma dove nello stesso tempo grande è la motivazion nel dare anche solo un po’ di sollievo, come quanto uno dei moribondi, prendendomi la mano e mettendola sul suo cuore, mi mostrò un cartello sopra la sua testa con un’altra delle frasi celebri di Madre Teresa: “Anche le cose piccole fatte con amore sono grandi cose”.

Un’esperienza che ci ha coinvolti in un inarrestabile desiderio di servire, che ci ha condotti nei ghetti, in mezzo alle strade, nelle scuole dei quartieri più poveri e sporchi, tra i lebbrosi e i malati di Aids o tubercolosi. Eppure, ovunque, anche per le strade, la gioia di vivere era sempre presente e contagiosa. Una gioia stimolata anche dalla nostra presenza, testimonianza tangibile che si può dare il proprio contributo anche a loro: i più poveri dei poveri.

Servire i disperati di Calcutta non è stato solo un atto d’amore, ma di grande guarigione nel più profondo del mio corpo e della mia anima. La gioia, la serenità e la luce degli occhi della gente, è un’immagine che riscalderà per sempre il mio cuore e che mi legherà per l’eternità a questi luoghi, dove ogni sguardo, movimento e sorriso sembrano essere offerti, per vivere e sentire l’amore incondizionato di Dio per tutti gli esseri della terra, proprio per tutti.