scritto da Dr.ssa Bianchi Matilde il 25/02/11

La capsulite adesiva, o più comunemente conosciuta come spalla congelata, è una causa frequente di dolori e disabilità della spalla. Nonostante questa patologia fu inizialmente descritta alla fine del diciannovesimo secolo, la sua eziologia rimane tutt’oggi sconosciuta. La teoria più accettata nel campo medico rimane quella dello sviluppo di adesioni tra o nella capsula della spalla.

È una patologia dolorosa che risulta in una graduale perdita del movimento, con una conseguente irrigidità dovuta ad un ispessimento della capsula articolare.

La presentazione clinica di questa problematica varia a seconda dello stadio nel quale il paziente si trova. Normalmente sono le donne sopra i 40 anni che sono più facilmente afflitte e stranamente è la spalla non dominante ad essere la più colpita.

Il primo stadio, la fase acuta o di infiammazione, è caratterizzata da un dolore intenso che limita il movimento del braccio in tutte le direzioni. In molti casi non c’è uno specifico evento scatenante, come potrebbe essere una lussazione, una frattura o una contusione, alla base della comparsa dei primi dolori. Il dolore è così intenso da disturbare il sonno e da portare il paziente a cercare sollievo con dei medicamenti antidolorifici.

Dopo un periodo di tempo che varia da uno a tre mesi, il paziente entra nella seconda fase (la fase di irrigidimento – stiffening phase). Durante questa fase il dolore diminuisce d’intensità ma la mobilità della spalla diventa sempre più limitata. La limitazione articolare si riscontra sopratutto nella rotazione esterna ed in elevazione, come quando ci si pettina o si infila la giacca.

Durante l’ultima fase, la terza detta anche di scongelamento (thawing phase), il dolore è di gran lunga diminuito ma persiste l’incapacità di muovere il braccio.

Anatomicamente l’articolazione della spalla permette di compiere un’ampia gamma di movimenti. Per questa estesa mobilità un prezzo dev’essere pagato. L’articolazione ha infatti un’alta instabilità ossea. In altre parole, il supporto osseo della spalla è alquanto effimero e ciò mette sotto continua tensione le strutture passive, come ligamenti, tendini e la capsula articolare. Per esempio, quando il braccio è lungo i fianchi, la maggior parte del supporto è dato dai ligamenti.

Alcune malattie sono state messe in relazione con un maggior rischio di sviluppare questa patologia, tra queste: diabete, ipertiroidismo, malattie cardiovascolari e polmonari. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare questa patologia non comincia per via di un’immobilizzazione, ma comincia come un processo infiammatorio che si risolve in fibrosi.

La maggior parte dei pazienti si rivolge ad un medico / chiropratico nella fase di irrigidimento, quando il dolore comincia a calare e  la persistente rigidità non permette alla persona di riprendere le attività normali della giornata. La forza muscolare non è solitamente alterata, ma l’impossibiltà di muovere la spalla instaura movimenti biomeccanici di sostituzione che a lungo andare causano alterazioni della postura e contrazioni muscolari, che possono risultare in dolori cervicali o dorsali.

In generale, durante la fase acuta molti pazienti non rispondono bene ad una terapia manuale. Essendo il dolore molto intenso la miglior linea d’azione è attraverso l’utilizzo di medicamenti. Il trattamento chiropratico è più efficacie nelle fasi successive e nella prevenzione di problematiche secondarie.

Protocollo di trattamento

Stage I

  1. Utilizzo di medicamenti anti-infiammatori come FANS o aspirina e analgesici.
  2. Evitare mobilizzazioni aggressive
  3. Esercizi a casa: esecizio a pendolo tipo Codman
  4. Dormire sul lato non coinvolto con la spalla dolente sopportata da un cuscino per evitare un’eccessiva rotazione interna
  5. In caso di presenza di blocchi vertebrali che interferiscono con la cintura scapolare, delle manipolazioni chiropratiche mirate sono consigliate

Stage II e III

  1. Utilizzo di ultrasuoni prima dei movimenti di stretching
  2. Tecniche di stretching dolci per l’aumento del movimento dell’articolazione sia passive che attive
  3. Utilizzo di mobilizzazioni ritmiche
  4. Esercizi di riabilitazione
  5. Manipolazioni chiropratiche mirate su blocchi vertebrali che interferiscono con la cintura scapolare